La politica internazionale
 

Ritornando sull'attentato al Collegio rabbinico di Mumbai.

Rocco Catalano 11 Ott 2017 13:54
GENTILE REDAZIONE.
Sulle ragioni dell’attentato in India,del Collegio Rabbinico Ebraico, se
è possibile parliamone; anzi lasciamo parlare uno dei protagonisti che
ne prese parte. Si chiama Azam Amir Kasab, l’unico superstite del
commando *****icaze che insanguinò Mumbai. Cosa dice lo riporta Francesca
Pace, corrispondente di Gerusalemme, in un articolo su “La Stampa” del
primo dicembre. Leggiamolo: << La nostra missione specifica era colpire
gli Israeliani per vendicare le atrocità commesse sui palestinesi>>.
Ad esserne convinto è stato per prima chi sentiva avere la coda di
paglia, l’ebreo israeliano, Olmert, il primo ministro che qualche paio
d’anni fa fece bombardare il Libano anche con armi non convenzionali. Le
vittime venivano trovati con il corpo accartocciato ed i vestiti
integri, il fosforo con cui erano costruite le bombe, per bruciare aveva
bisogno di ossigeno e questo veniva preso dall’acqua contenuta nei
tessuti dei corpi umani. Olmert, oggi, chiama i suoi all’allerta
massima, poiché tra gli obiettivi dell’attentato vi erano anche
istituzioni ebraiche. Questo signore viene affiancato subito dal rabbino
Marvin Heir, che se la prende con le Nazioni Unite perchè non ritengono
una priorità assoluta combattere gli attentati *****ikaze, ma danno
importanza all’apartheid, alla ******* all’ambiente ecc. Il rabbino dice
testualmente:<< Se il terrorismo non è oggi una priorità assoluta non
capisco cosa lo sia>>. Se mi fosse consentito glielo farei capire io
quali sono le priorità assolute che il rabbino non capisce, che sono
queste: smantellare gli insediamenti illegali costruiti in territorio
che le Nazioni Unite hanno assegnato ai palestinesi; liberare il popolo
palestinese dalla morsa dell’occupazione ebraica; smantellare i campi
profughi in cui languono, ormai da sessanta anni, i tre milioni e mezzo
di palestinesi, privati di ogni loro avere e cacciati dalla loro Terra ;
restituire loro le terre rubate; ricostruire i loro villaggi spianate
dalle ruspe ebraiche; risarcire le vittime delle sofferenze loro
inferte, da quando la gente ebraica si è riversata in Palestina;
abbattere il muro separatorio, che prosegue a zig zag inglobando terre,
villaggi e risorse per la vita appartenente al popolo palestinese;
smetterla di sostenere che la Palestina appartiene agli ebrei perché
l’hanno avuta in eredità direttamente da ******* smetterla di sostenere, a
torto o a ragione, le occupazioni disoneste americane; che Israele si
ritiri dalle alture del Golan appartenenti alla Siria, e dalle fattorie
di Shelba che fanno parte del Libano.
C’è un’altra cosa che
il rabbino Marvin Heir non capisce, o fa finta di non capire, ed è
quella che fino a quando esistono le ingiustizie, le sopraffazioni , il
terrorismo legale,come quello esercitato dagli Stati Uniti, Israele o
Inghilterra, il terrorismo come quello avvenuto a Mumbai , a Monaco, al
collegio rabbinico ed in altri posti del mondo, è insopprimibile.
Saluta cordialmente
catalano

---
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Shylock 11 Ott 2017 14:02
On Wednesday, October 11, 2017 at 3:54:41 PM UTC+4, Rocco Catalano wrote:
> [...] Si chiama Azam Amir Kasab, l’unico superstite del
> commando *****icaze che insanguinò Mumbai.

non piu', ringraziando la giustizia Indiana.
Il Contadino della Galilea 11 Ott 2017 14:27
Il giorno mercoledì 11 ottobre 2017 12:54:41 UTC+1, Rocco Catalano ha scritto:
> G


Quando trattano la questione degli insediamenti israeliani, i mass-media dicono
invariabilmente che sono costruiti in terra “palestinese” o che si trovano
nei “territori palestinesi”. È un’espressione largamente adottata e che
invece dovrebbe essere modificata. Indipendentemente dal fatto che uno sia a
favore o contro gli insediamenti, descriverli in modo così tassativo è
semplicemente sbagliato. Facendolo, si impedisce al lettore di capire i termini
della questione e le rivendicazioni delle parti in causa. Peggio, definire
queste aree come “palestinesi” avalla la conquista di territori con la forza
e l’uso della forza per “accampare diritti”, il che costituisce una
violazione della Convenzione di Ginevra.

Israele è un paese abbastanza unico sotto molti aspetti. Uno di questi è la
(parziale) mancanza di confini riconosciuti. Molti paesi hanno in corso
controversie di confine, ma Israele si è ritrovato senza frontiere accettate a
livello internazionale per il semplice fatto che i paesi vicini si rifiutarono
di riconoscerle. Quando cessarono i combattimenti della guerra di indipendenza
scatenata dall’aggressione araba del ’48 contro lo stato ebraico appena
sorto, venne tracciata una linea divisoria fra gli ebrei e gli arabi: è quella
che oggi viene chiamata “Linea Verde”. L’unica cosa su cui entrambe le
parti concordavano era che quella linea non doveva essere interpretata come un
confine internazionale. Le parti arabe insistettero perché negli accordi
d’armistizio tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania venisse esplicitamente
detto che la linea non era un confine definitivo. Ad esempio, l’accordo
d’armistizio israelo-egiziano (Armistice Agreement UN Doc S/1264/Corr.1, 23
febbraio 1949) afferma che

“la linea di demarcazione dell’armistizio non deve essere interpretata in
alcun senso come un confine politico o territoriale e viene delineata senza
pregiudizio dei diritti, delle rivendicazioni e delle posizioni di ciascuna
delle parti per quanto riguarda la soluzione ultima della questione
palestinese”.

Ripetiamo: la clausola venne inserita principalmente su insistenza degli arabi.
Gli arabi non volevano accettare la Linea Verde perché non volevano accettare
che fosse nato un nuovo paese chiamato Israele e affermavano apertamente che la
guerra non era finita, era solo in pausa.


Comunità ebraiche distrutte nella guerra d’indipendenza del 1948 (clicca per
ingrandire)

Ma anche Israele non voleva accettare la Linea Verde come confine
internazionale. Farlo significava rinunciare alla rivendicazione di territori
storici ebraici. Comunità ebraiche come quelle di Gush Etzion, a sud-ovest di
Gerusalemme, o Kalia e Beit HaArava, presso Gerico, o Kfar Darom, nell’area di
Gaza, erano cadute nelle mani degli arabi. Accettare la Linea Verde come confine
significava accettare che quei luoghi, strappati con la forza, si trovassero
definitivamente al di fuori dei confini di Israele. E poi c’era Gerusalemme,
che la Linea Verde spaccava in due parti. E la parte che era stata occupata
militarmente dalla Legione Araba di Giordania non era semplicemente la parte
orientale della città. Era la parte in assoluto più importante per gli ebrei e
per il nuovo stato: la Città Vecchia, con il Muro Occidentale (“del
pianto”) e il Monte del Tempio, era caduta sotto controllo arabo. Gli ebrei ne
erano stati espulsi. Non c’era modo che Israele potesse accettare che, a causa
dell’aggressione araba e della guerra, la Città Vecchia rimanesse per sempre
al di fuori dello stato e preclusa a tutti gli ebrei. Ancora oggi il punto
fondamentale è che, per Israele, accettare la Linea Verde come confine
internazionale significherebbe avvalorare l’aggressione militare degli arabi
che scatenarono guerra.

La Convenzione di Ginevra vieta l’acquisizione di territori con la forza
militare. Chi critica Israele sostiene che il divieto deve valere per qualunque
attività edilizia israeliana nelle aree che Israele non controllava tra il 1948
e il 1967. Ma quelle aree erano state conquistate con la forza dalla Giordania
ad ovest del fiume Giordano (e dall’Egitto nell’area di Gaza).
Quell’aggressione ha forse generato diritto? Dove erano le voci dei critici
quando in quelle aree, nel 1948, veniva attuata la pulizia etnica delle
comunità ebraiche?

La realtà è che l’unica definizione possibile di Linea Verde è “la linea
che delimitava le terre conquistate con la forza dai paesi arabi dopo
l’aggressione del ’48”. Chi sostiene che tutti i territori controversi e
la parte orientale di Gerusalemme appartengono agli arabi palestinesi, di fatto
sostiene il “diritto” di delineare territori con la forza militare. Ma non
è appunto questo l’argomento che viene utilizzano per definire illegali le
attività israeliane in quelle aree?

Le rivendicazioni non definiscono di per sé i confini. A seguito di conquiste
militari, il territorio in questione è rimasto sotto controllo arabo per 19
anni, dal 1948 al 1967, e da allora sotto controllo israeliano per
cinquant’anni. All’interno di questo territorio vi sono aree in cui la
rivendicazione araba-palestinese ha maggior forza e altre in cui ha maggior
forza la rivendicazione israeliana. Ma si tratta solo di rivendicazioni. In
mancanza di un accordo concordato tra le parti, è sbagliato prestabilire o
pregiudicare la sovranità su quelle aree. Di diritto e di fatto, non sono
territori palestinesi più di quanto non siano israeliani.


Un tratto della “Linea Verde” a Gerusalemme negli anni dell’occupazione
giordana della parte est della città

Quindi, quando i giornalisti trattano questo argomento, dovrebbero stare attenti
a non farsi manipolare da coloro che, contraddittoriamente, attaccano come
illegali le rivendicazioni israeliane nell’area e allo tesso tempo prendono
per valide le rivendicazioni arabo-palestinesi sulla stessa area. Quest’area
andrebbe correttamente definita “territorio conteso”. E quando i mass-media
riferiscono delle controverse attività edilizie ebraiche nel territorio conteso
dovrebbero essere abbastanza onesti da riferire anche delle controverse
attività edilizie arabo-palestinesi nello stesso territorio.

Ci sono opinioni diverse su quello che sarebbe lo “stato della Palestina”.
L’Assemblea Generale delle Nazionale Unite ha riconosciuto la Palestina come
“stato non membro”. Tuttavia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
ha respinto tale designazione. Una cosa chiara è che questa entità non dispone
di confini legali internazionalmente riconosciuti. Quindi se un giornalista dice
ai lettori che il territorio oltre la Linea Verde è territorio palestinese
afferma una cosa non vera. Il fatto che i palestinesi rivendicano una certa area
per il loro stato futuro non significa che quell’area appartenga loro di
diritto.

Gli insediamenti israeliani sono stati e continueranno ad essere senza dubbio
una delle questioni più trattate dai mass-media circa il conflitto. Ma è una
questione tutt’altro che semplice e i mass-media dovrebbero prendersi cura di
spiegare i dettagli ai loro lettori, senza sostenere acriticamente le
rivendicazioni di una delle parti. Possiamo e dobbiamo insistere affinché i
giornalisti forniscano ai lettori i concetti di base, mettendoli in condizione
di capire i termini reali del contenzioso relativo a una questione che continua
ad allarmare il resto del mondo.

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