La politica internazionale
 

Non amare Israele è un dovere di oggni persona onesta , non essere antisemita!

Rocco Catalano 11 Ott 2017 13:13
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Video: l’ultima resistenza di una famiglia palestinese contro l’espulsione

Pubblicato da ab il 11/10/17 • Inserito nella categoria: Primo
Piano,Strillo,Esperienze,Testimonianze

10 ottobre 2017

di Yumna Patel e Akram al-Wa’da
4 ottobre 2017
Il villaggio di Shoshahla era stato costruito nel 1878, 70 anni prima
della fondazione di Israele. Nel 1967, Israele iniziò a costringere
fuori i palestinesi che vivevano qui. Gli ultimi residenti di Shoshahla
partirono nel 1985.

Ma nel 1992, Muhannad Salah fece l’impensabile. …Ritornò.
Muhannad Salah :”Il villaggio di Shoshahla ha 20 case. Nessuno vive qui
tranne me. Perché le persone non vivono qui? Perché le persone hanno paura“.
Circondata da sei insediamenti israeliani, la famiglia di Muhannad è
costantemente sotto attacco.
Muhannad Salah : “Questo è l’insediamento di Neve Daniel. È uno degli
insediamenti più violenti nella Cisgiordania. Io sono la prima persona
che ha sofferto per i loro attacchi. I coloni hanno tagliato i nostri
alberi, hanno bruciato la mia casa. Fanno un sacco di cose orribili.
…mettono anche cibo avvelenato per uccidere i nostri animali“.
Muhannad e sua figlia camminano per un chilometro verso la loro casa,
passando presso l’insediamento pesantemente rinforzato lungo la strada.
Sierra Salah: “Guarda, la telecamera è girata verso di noi.“
Muhannad Salah : “Ecco la telecamera, mettono anche telecamere e torri
di sicurezza. ..Per sorvegliare una bambina, una bambina!“
Il loro unico accesso all’acqua è una lontana sorgente. Dove prendono
quanto più possono per cucinare, lavarsi, e usare il bagno.
L’insediamento presso Shoshahla ha una fornitura illimitata di
elettricità e acqua.
Colono:” Che state facendo?”
Muhannad Salah : “Ho chiesto solo una piccola linea per l’acqua. Per
bere e innaffiare le nostre piante, e per la mia giovane figlia…lei è
tutto quello che ho. E fino ad oggi giuro che loro ( Israele ) non mi
hanno dato niente. Cosa pensi di questo?“
Nel 1995, solo dopo 3 anni che Muhannad era tornato a Shoshahla, i
leader israeliani e palestinesi firmarono gli Accordi di Oslo. L’accordo
divise la Cisgiordania in molte divisioni amministrative. Shoshahla, con
più del 60 per cento della Cisgiordania, divenne ‘Area C’. L’Area C è
sotto il pieno controllo israeliano civile e di sicurezza, e ai
palestinesi nell’area è vietato costruire o lavorare la loro terra senza
i permessi israeliani, difficili da ottenere.
Muhannad Salah : “Anche dentro casa, loro ci controllano. Vengono e ti
dicono che hai cambiato la stanza, che hai costruito qualcosa di nuovo.
Perché? Perché non è permesso? Vogliamo vivere come esseri umani,
vogliamo dormire, quando l’acqua filtra attraverso il tetto, vogliamo
proteggerci, quando dormiamo, vogliamo coprirci“.
Senza elettricità, Sidra di 12 anni è costretto a studiare sotto la luce
di una lampada a cherosene. In queste faticose condizioni di vita e
pressioni costanti da parte delle forze e dei coloni israeliani, perché
la famiglia Salah ha promesso di rimanere a Shoshahla?
Per Muhannad, la risposta è semplice :”Il motivo per cui sono qui è il
mio amore per questa terra“.
Video: One Palestinian family’s last stand against expulsion
The West Bank village Shoshahla, located south of Bethlehem, was built
in the 1870’s and by 1985 every Palestinian in the village had either
been forced out or…
MONDOWEISS.NET
Tratto da: Il Popolo Che Non Esiste

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Il Contadino della Galilea 11 Ott 2017 13:29
Il giorno mercoledì 11 ottobre 2017 12:13:28 UTC+1, Rocco Catalano ha scritto:

Quando trattano la questione degli insediamenti israeliani, i mass-media dicono
invariabilmente che sono costruiti in terra “palestinese” o che si trovano
nei “territori palestinesi”. È un’espressione largamente adottata e che
invece dovrebbe essere modificata. Indipendentemente dal fatto che uno sia a
favore o contro gli insediamenti, descriverli in modo così tassativo è
semplicemente sbagliato. Facendolo, si impedisce al lettore di capire i termini
della questione e le rivendicazioni delle parti in causa. Peggio, definire
queste aree come “palestinesi” avalla la conquista di territori con la forza
e l’uso della forza per “accampare diritti”, il che costituisce una
violazione della Convenzione di Ginevra.

Israele è un paese abbastanza unico sotto molti aspetti. Uno di questi è la
(parziale) mancanza di confini riconosciuti. Molti paesi hanno in corso
controversie di confine, ma Israele si è ritrovato senza frontiere accettate a
livello internazionale per il semplice fatto che i paesi vicini si rifiutarono
di riconoscerle. Quando cessarono i combattimenti della guerra di indipendenza
scatenata dall’aggressione araba del ’48 contro lo stato ebraico appena
sorto, venne tracciata una linea divisoria fra gli ebrei e gli arabi: è quella
che oggi viene chiamata “Linea Verde”. L’unica cosa su cui entrambe le
parti concordavano era che quella linea non doveva essere interpretata come un
confine internazionale. Le parti arabe insistettero perché negli accordi
d’armistizio tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania venisse esplicitamente
detto che la linea non era un confine definitivo. Ad esempio, l’accordo
d’armistizio israelo-egiziano (Armistice Agreement UN Doc S/1264/Corr.1, 23
febbraio 1949) afferma che

“la linea di demarcazione dell’armistizio non deve essere interpretata in
alcun senso come un confine politico o territoriale e viene delineata senza
pregiudizio dei diritti, delle rivendicazioni e delle posizioni di ciascuna
delle parti per quanto riguarda la soluzione ultima della questione
palestinese”.

Ripetiamo: la clausola venne inserita principalmente su insistenza degli arabi.
Gli arabi non volevano accettare la Linea Verde perché non volevano accettare
che fosse nato un nuovo paese chiamato Israele e affermavano apertamente che la
guerra non era finita, era solo in pausa.


Comunità ebraiche distrutte nella guerra d’indipendenza del 1948 (clicca per
ingrandire)

Ma anche Israele non voleva accettare la Linea Verde come confine
internazionale. Farlo significava rinunciare alla rivendicazione di territori
storici ebraici. Comunità ebraiche come quelle di Gush Etzion, a sud-ovest di
Gerusalemme, o Kalia e Beit HaArava, presso Gerico, o Kfar Darom, nell’area di
Gaza, erano cadute nelle mani degli arabi. Accettare la Linea Verde come confine
significava accettare che quei luoghi, strappati con la forza, si trovassero
definitivamente al di fuori dei confini di Israele. E poi c’era Gerusalemme,
che la Linea Verde spaccava in due parti. E la parte che era stata occupata
militarmente dalla Legione Araba di Giordania non era semplicemente la parte
orientale della città. Era la parte in assoluto più importante per gli ebrei e
per il nuovo stato: la Città Vecchia, con il Muro Occidentale (“del
pianto”) e il Monte del Tempio, era caduta sotto controllo arabo. Gli ebrei ne
erano stati espulsi. Non c’era modo che Israele potesse accettare che, a causa
dell’aggressione araba e della guerra, la Città Vecchia rimanesse per sempre
al di fuori dello stato e preclusa a tutti gli ebrei. Ancora oggi il punto
fondamentale è che, per Israele, accettare la Linea Verde come confine
internazionale significherebbe avvalorare l’aggressione militare degli arabi
che scatenarono guerra.

La Convenzione di Ginevra vieta l’acquisizione di territori con la forza
militare. Chi critica Israele sostiene che il divieto deve valere per qualunque
attività edilizia israeliana nelle aree che Israele non controllava tra il 1948
e il 1967. Ma quelle aree erano state conquistate con la forza dalla Giordania
ad ovest del fiume Giordano (e dall’Egitto nell’area di Gaza).
Quell’aggressione ha forse generato diritto? Dove erano le voci dei critici
quando in quelle aree, nel 1948, veniva attuata la pulizia etnica delle
comunità ebraiche?

La realtà è che l’unica definizione possibile di Linea Verde è “la linea
che delimitava le terre conquistate con la forza dai paesi arabi dopo
l’aggressione del ’48”. Chi sostiene che tutti i territori controversi e
la parte orientale di Gerusalemme appartengono agli arabi palestinesi, di fatto
sostiene il “diritto” di delineare territori con la forza militare. Ma non
è appunto questo l’argomento che viene utilizzano per definire illegali le
attività israeliane in quelle aree?

Le rivendicazioni non definiscono di per sé i confini. A seguito di conquiste
militari, il territorio in questione è rimasto sotto controllo arabo per 19
anni, dal 1948 al 1967, e da allora sotto controllo israeliano per
cinquant’anni. All’interno di questo territorio vi sono aree in cui la
rivendicazione araba-palestinese ha maggior forza e altre in cui ha maggior
forza la rivendicazione israeliana. Ma si tratta solo di rivendicazioni. In
mancanza di un accordo concordato tra le parti, è sbagliato prestabilire o
pregiudicare la sovranità su quelle aree. Di diritto e di fatto, non sono
territori palestinesi più di quanto non siano israeliani.


Un tratto della “Linea Verde” a Gerusalemme negli anni dell’occupazione
giordana della parte est della città

Quindi, quando i giornalisti trattano questo argomento, dovrebbero stare attenti
a non farsi manipolare da coloro che, contraddittoriamente, attaccano come
illegali le rivendicazioni israeliane nell’area e allo tesso tempo prendono
per valide le rivendicazioni arabo-palestinesi sulla stessa area. Quest’area
andrebbe correttamente definita “territorio conteso”. E quando i mass-media
riferiscono delle controverse attività edilizie ebraiche nel territorio conteso
dovrebbero essere abbastanza onesti da riferire anche delle controverse
attività edilizie arabo-palestinesi nello stesso territorio.

Ci sono opinioni diverse su quello che sarebbe lo “stato della Palestina”.
L’Assemblea Generale delle Nazionale Unite ha riconosciuto la Palestina come
“stato non membro”. Tuttavia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
ha respinto tale designazione. Una cosa chiara è che questa entità non dispone
di confini legali internazionalmente riconosciuti. Quindi se un giornalista dice
ai lettori che il territorio oltre la Linea Verde è territorio palestinese
afferma una cosa non vera. Il fatto che i palestinesi rivendicano una certa area
per il loro stato futuro non significa che quell’area appartenga loro di
diritto.

Gli insediamenti israeliani sono stati e continueranno ad essere senza dubbio
una delle questioni più trattate dai mass-media circa il conflitto. Ma è una
questione tutt’altro che semplice e i mass-media dovrebbero prendersi cura di
spiegare i dettagli ai loro lettori, senza sostenere acriticamente le
rivendicazioni di una delle parti. Possiamo e dobbiamo insistere affinché i
giornalisti forniscano ai lettori i concetti di base, mettendoli in condizione
di capire i termini reali del contenzioso relativo a una questione che continua
ad allarmare il resto del mondo.

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